• martedì, novembre 18th, 2008
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Fotografare e riprendere in luoghi privati la propria moglie con l’amante non sempre costituisce il delitto di interferenze illecite nella vita privata

La parte offesa sapendo che la propria moglie si trovava in casa dell’amante e sospettando l’esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente l’abitazione e li fotografò all’uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa.

Al fine di recuperare il rullino fotografico, l’amante raggiunse la parte offesa, lo ingiuriò, lo percosse, gli strappò la giacca e si appropriò delle chiavi dal quadro di accensione della macchina per allontanarsi in compagnia con la moglie di quest’ultimo.

Condannato in primo e secondo grado, l’amante nel ricorso per Cassazione ripropose alcune doglianze non accolte dai giudici di prime cure, tra le quali quella, secondo cui, l’atto di fotografare una persona all’interno del cortile di casa integra il reato d’interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p e quindi egli aveva agito in stato di provocazione e della legittima difesa.

La recente decisione della Suprema Corte Cass. pen. Sez. VI, (ud. 01-10-2008) 30-10-2008, n. 40577, è degna di nota in quanto ha ampliato la nozione prevalentemente utilizzata in giurisprudenza di luoghi di privata dimora visibili dall’esterno, laddove, il fotografare e/o riprendere altri soggetti senza ricorrere a particolari accorgimenti, non integra ipotesi di reato ex art. 615-bis c.p.

Se l’azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti …, il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza.

In tal caso – come quello in cui la parte offesa fotografò dalla strada pubblica sua moglie e l’amante che uscivano dalla casa di quest’ultimo e si trovavano nel cortile visibile dall’esterno , riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

Il recente arresto giurisprudenziale, tende ad ampliare il concetto di privata dimora fino a ricomprendervi ambienti nei quali in realtà non si svolge una vera e propria vita domestica, come il cortile di un condominio nel caso di specie, tale interpretazione estensiva trova un limite in quei luoghi nei quali, in quanto aperti al passaggio e all’osservazione indiscriminata di un quivis de populo, di regola il singolo individuo non compie atti destinati ad un contesto riservato, ma in relazione ai quali neppure vanta uno ius excludendi alios, ovvero un rapporto stabile o un’aspettativa di riservatezza che renda il rapporto medesimo privilegiato rispetto a chiunque altro.

Basta svolgere una breve ricerca giurisprudenziale, difatti, per accorgersi come fino ad oggi la disposizione dell’articolo 615-bis c.p., che punisce le interferenze illecite nella vita privata, sia stata sempre riferita ai soli luoghi indicati dall’art. 614 c.p., ovvero l’abitazione e la privata dimora.

In tal senso la decisione Cass. pen. Sez. V, 30 gennaio 2008, n. 12042 che ha ovviamente escluso la sussistenza della fattispecie penale nel caso di apparecchiature per intercettazioni di comunicazioni tra presenti installate in un’autovettura in sosta lungo la pubblica via, non essendo possibile parificare l’automobile ad un luogo di privata dimora.

E ancora

Cass. pen. Sez. V Sent., 28 novembre 2007, n. 1766 secondo cui Stante il disposto contenuto nella norma di cui all’art. 615 bis c.p. il quale si prefigge di tutelare la riservatezza della vita individuale contro le interferenze illecite, sempre che tali interferenze provengano da terzi rimasti estranei, deve essere esclusa la possibilità di rilevare interferenza nella propria vita privata, la quale sia penalmente rilevante, da parte della persona ammessa a farvi parte sia pure estemporaneamente in condizione di reciprocità.. Non sussiste il delitto di cui all’art. 615-bis c.p. nel caso in cui la videoregistrazione di rapporti intimi sia stata effettuata quando l’agente e la persona offesa convivevano e le immagini non siano state diffuse a terzi.

Anche la giurisprudenza di merito ha percorso il medesimo indirizzo

Trib. Reggio Emilia, 25-10-2007 Il “luogo di privata dimora”, presupposto della norma penale dell’art. 615-bis c.p. in conseguenza del richiamo all’art. 614 c.p., implica un minimo di stabilità, e deve essere caratterizzato dalla scelta di un soggetto di esplicarvi in modo non marginale la propria vita privata. Non sussiste pertanto il reato di “interferenze illecite nella vita privata” (di cui all’art. 615-bis c.p.) nell’ipotesi in cui taluno abbia effettuato riprese video e scattato fotografie con un telefono cellulare ad una persona distesa su un letto di una stanza di un pubblico esercizio, nella quale la presenza della persona fotografata era non solo del tutto transitoria ed occasionale, ma anche totalmente estranea alla sua volontà (per incoscienza determinata da ubriachezza).

Cass. pen. Sez. VI, (ud. 01-10-2008) 30-10-2008, n. 40577

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

1. La Corte d’appello di Bologna, con la decisione impugnata, ha confermato la sentenza con cui il Tribunale di Modena, il 15.3.2005, aveva condannato A.M. alla pena di nove mesi di reclusione per i reati di cui agli artt. 56, 393, 624, 582 e 585 c.p., art. 61 c.p., n. 2, art. 594 c.p., in danno di F. L..

I giudici merito hanno accertato che quest’ultimo, sapendo che la propria moglie M.C. si trovava in casa dell’ A. e sospettando l’esistenza di una relazione tra i due, li attese nella strada pubblica prospiciente l’abitazione e li fotografò all’uscita, mentre ancora si trovavano nel cortile della casa.

Mentre si accingeva ad andar via a bordo della sua autovettura, fu raggiunto e fermato dall’ A., che lo ingiuriò, gli strappò la giacca, si appropriò delle chiavi dal quadro di accensione della macchina e si allontanò, in compagnia della moglie del F..

Seguirono altre convulse fasi dell’episodio, con reiterazione d’ingiurie, percosse (che procuravano lesioni alla parte offesa) e danneggiamenti da parte dell’ A., al fine di recuperare il rullino della macchina fotografica.

2. Ricorre per Cassazione l’imputato, deducendo: – mancanza di motivazione della sentenza d’appello nella parte in cui “trascura il punto nodale del quesito di diritto sottopostogli: se l’atto di fotografare una persona all’interno del cortile di casa integri (al di là dell’improcedibilità per difetto di querela) il reato d’interferenze illecite nella vita privata ex art. 615 bis c.p.;

- inosservanza ed erronea applicazione della legge penale, non avendo la Corte bolognese ravvisato, nell’illecita (ex art. 615 bis c.p.) condotta tenuta dalla parte offesa, gli estremi del fatto ingiusto rilevante ex art. 599 c.p.;

- inosservanza di legge e vizio di motivazione in ordine al diniego delle attenuanti generiche e dell’esimente della legittima difesa.

3. In accoglimento della richiesta del Procuratore generale, il ricorso va dichiarato inammissibile.

La tesi che l’imputato reitera sin dal giudizio di primo grado, ossia di avere reagito ad un atto d’interferenza nella sua vita privata (costituente il reato di cui all’art. 615 bis c.p.) commesso dal F., che lo fotografò mentre, assieme alla M., egli ancora si trovava in una pertinenza della sua casa, è destituita di ogni fondamento, anche per ragioni ulteriori e diverse rispetto a quelle già evidenziate dai giudici di merito.

La ripresa fotografica da parte di terzi – così come quella effettuata con videocamera, su cui si è recentemente pronunziata la Corte costituzionale in fattispecie concernente videoregistrazione a fini investigativi (sent. n. 149/2008)- lede la riservatezza della vita privata che si svolge nell’abitazione altrui o negli altri luoghi indicati dall’art. 614 c.p., e integra il reato d’interferenze illecite nella vita privata, previsto e punito dall’art. 615 bis c.p., semprechè vengano ripresi comportamenti sottratti alla normale osservazione dall’esterno, essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni tali da renderlo tendenzialmente non visibile a terzi.

“Se l’azione, pur svolgendosi nei luoghi di privata dimora, può essere liberamente osservata dagli estranei, senza ricorrere a particolari accorgimenti …, il titolare del domicilio non può evidentemente accampare una pretesa alla riservatezza” (sent. cit).

In tal caso – come in quello del F., che fotografò dalla strada pubblica l’ A. e la M. che uscivano dalla casa e si trovavano nel cortile visibile dall’esterno – riprese fotografiche o con videocamera non si differenziano da quelle realizzate in luogo pubblico o aperto al pubblico.

A giusta ragione, pertanto, sono state negate le esimenti della provocazione e della legittima difesa, nonchè il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche con connessa diminuzione di pena, indipendentemente dalla corretta qualificazione giuridica data dai giudici d’appello ai fatti commessi che, in mancanza d’impugnazione da parte del pubblico ministero, pur non potendo essere sanzionati più gravemente, ben potevano essere meglio inquadrate in più gravi fattispecie di reato.

4. All’inammissibilità segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della sanzione pecuniaria, che si ritiene adeguato determinare nella somma di Euro 1.000,00, in relazione alla natura delle questioni dedotte.

P.Q.M.

La Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento e al versamento della somma di Euro 1.000,00 (mille) in favore della Cassa delle ammende.

Così deciso in Roma, il 1 ottobre 2008.

Depositato in Cancelleria il 30 ottobre 2008

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