• lunedì, luglio 28th, 2014

Secondo il disposto e la ratio dell'art. 76 del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, in tema di ammissione al patrocinio a spese dello Stato, non è sufficiente di certo la mera situazione di fisica convivenza o di mera coabitazione per includere tout court i redditi del soggetto coabitante o convivente nel coacervo reddituale del soggetto istante. Infatti, ben possono verificarsi situazioni nelle quali la mera coabitazione non equivale ad effettiva contribuzione del coabitante: situazioni la cui fenomenologia è certamente transitoria (separazioni "in casa" e "di fatto", che preludono ad ulteriore formalizzazione e sviluppo) e che non autorizzano di certo la presunzione di un incremento reddituale sulla base del solo dato formale della (temporanea) coabitazione in attesa della definitiva separazione.

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• giovedì, luglio 24th, 2014

In tema di garanzie di libertà dei difensori previste dall'art. 103 c.p.p., il divieto di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni non riguarda indiscriminatamente tutte le conversazioni di chi rivesta la qualità di difensore e per il solo fatto di tale qualifica, ma solo le conversazioni che attengono alla funzione esercitata. Ne deriva che, nell'ipotesi in cui venga intercettato un colloquio fra l'indagato ed un avvocato legati da uno stretto rapporto di amicizia e familiarità, il giudice, al fine di stabilire se quel colloquio sia o no utilizzabile, all'esito di un esame globale ed unitario dell'intera conversazione, deve valutare se quanto detto dall'indagato sia finalizzato ad ottenere consigli difensivi o, non sia, piuttosto, una mera confidenza che potrebbe essere fatta a chiunque altri con cui si trovi in stretti rapporti di amicizia. Altresì, deve valutare se quanto detto dall'avvocato sia di natura professionale, e, dunque, rientrante nell'ambito del mandato difensivo, oppure abbia una mera natura consolatoria ed amicale a fronte di confidenze ricevute.

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• giovedì, giugno 19th, 2014

In merito al legittimo impedimento a comparire, del difensore, l'omessa valutazione dell'istanza di rinvio dell'udienza comporta il difetto di assistenza dell'imputato, con conseguente nullità assoluta di cui agli artt. 178 e 179 c.p.p.

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• giovedì, giugno 12th, 2014

In caso di contestazione suppletiva nel giudizio direttissimo che determini l'attribuzione del reato alla cognizione del Tribunale in composizione collegiale, il giudice monocratico deve disporre la trasmissione degli atti a quest'ultimo per via orizzontale e non al Pubblico Ministero, anche quando, in forza della diversa configurazione o qualificazione del fatto imputato, si sarebbe dovuta tenere l'udienza preliminare e ciò in quanto il giudizio direttissimo è instaurabile anche per i reati per cui tale udienza è prevista, mentre la trasmissione degli atti al Tribunale in composizione collegiale non comporta il mutamento del rito già regolarmente instaurato.

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• mercoledì, giugno 11th, 2014

Il divieto di sequestrare presso i difensori "carte o documenti relativi all'oggetto della difesa, salvo che costituiscano corpo del reato", previsto dall'art. 103 c.p.p., comma 2, non è limitato all'ipotesi in cui il sequestro è disposto nell'ambito dello stesso procedimento in cui si svolge l'attività difensiva o all'ipotesi in cui questa sia ancora in corso, ed opera, quindi, anche nel caso in cui tale attività concerne un procedimento diverso.

Inoltre, mentre per le ispezioni e per le perquisizioni la "garanzia" prevista dal citato articolo è collegata ai locali dell'ufficio, per i sequestri (così come avviene anche per le intercettazioni e per il controllo della corrispondenza) la lettera del secondo comma, con le parole iniziali "presso i difensori", mostra che la garanzia è collegata direttamente alle persone (difensori e consulenti tecnici), sicchè il divieto opera anche quando l'attività diretta al sequestro si svolge in luogo diverso dall'ufficio. Dunque, essendosi in presenza di documentazione afferente ad assistenza legale, il sequestro è illegittimo e l'ordinanza deve essere conseguentemente annullata senza rinvio nella parte afferente alla stessa documentazione.

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• mercoledì, maggio 14th, 2014

La sottrazione di un minore alla potestà del genitore o dei genitori e la sua ritenzione contro la volontà del titolare o dei titolari della potestà parentale tutelano il medesimo bene giuridico, incentrato sulla protezione degli interessi del minore e comportano entrambe l'assoggettamento della vittima all'esercizio di un potere illegittimo, distinguendosi solo per le modalità attraverso le quali l'autore del delitto entra in contatto con il minore ed interferisce sui suoi diritti e sulle sue situazioni soggettive, distogliendolo dalle direttive a lui impartite dal genitore o dal tutore: nel primo caso, infatti, si fa cessare de facto una determinata relazione che unisce una persona ad un determinato soggetto, nell'altra ipotesi l'autore del reato approfitta del fatto di essere venuto in contatto con il minore per una causa lecita e lo trattiene indebitamente presso di sè, ossia contro la volontà dell'altro genitore, del tutore, del curatore, o comunque di colui che eserciti una forma di vigilanza o custodia nei confronti del minore.
Al riguardo si è infatti precisato (Sez. 6, 19 novembre 1986, n. 12950, Rv. 174333) che la condotta di uno dei due coniugi deve portare ad una globale sottrazione del minore alla vigilanza dell'altro, sì da impedirgli non solo l'esercizio della funzione educativa e dei poteri inerenti all'affidamento, ma da rendere impossibile quell'ufficio che gli è stato conferito dall'ordinamento nell'interesse del minore e della società.

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• sabato, maggio 10th, 2014

In tema di reati di guida in stato di ebbrezza alcolica, ove le circostanze aggravanti di cui rispettivamente all'art. 186, commi 2 bis e 2 sexies, concorrano con l'ipotesi di cui all'art. 186 bis C.d.S., commi 2 bis e 2 sexies, in applicazione di quanto previsto dall'art. 63 c.p., comma 4, dovrà essere inflitta il doppio della pena prevista dall'art. 186 bis, comma 3, al quale il giudice può apportare un aumento sino ad un terzo".

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• lunedì, maggio 05th, 2014

14. Si ricorda in proposito che questa Corte ha ripetutamente avuto modo di precisare che, ai fini della identificazione del soggetto legittimato ad avvalersi della tutela forte di cui all'art. 33 del Codice del consumo, la qualifica di "consumatore" spetta solo alle persone fisiche e solo se e in quanto le stesse concludano un contratto per la soddisfazione di esigenze della vita quotidiana estranee all'esercizio dell'attività imprenditoriale o professionale eventualmente esercitata, laddove deve essere considerato "professionista" tanto la persona fisica, quanto quella giuridica, sia pubblica che privata, che stipuli il contratto o nell'esercizio della sua attività imprenditoriale o professionale o per uno scopo a questa connesso (confr. Cass. civ. 23 settembre 2013, n. 21763; Cass. civ. 15 maggio 2013, n. 11773; Cass. civ. 14 luglio 2011, n. 15531; Cass. civ. 8 giugno 2007, n. 13377).


15. Sennonchè, nella fattispecie, null'altro è stato dedotto se non che il L.N., nella richiesta di concessione del finanziamento di Euro 4.000,00, destinato all'acquisto di un'autovettura Jaguar, si era qualificato avvocato. In tale contesto, condividere il punto di vista delle resistenti – e cioè che l'autovettura fosse stata inequivocabilmente scelta dal ricorrente per valorizzare la propria immagine e il proprio status e fosse pertanto destinata a un uso esclusivamente o prevalentemente professionale – significa ammettere che la funzionalizzazione del contratto all'esercizio dell'attività imprenditoriale o professionale idonea a escludere la praticabilità del foro del consumatore possa essere del tutto ipotetica e marginale, con una torsione interpretativa contraria alla lettera e allo spirito della legge

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• giovedì, maggio 01st, 2014

 

Ai fini della configurabilità del delitto di violazione degli obblighi di assistenza familiare, il soggetto obbligato in sede di separazione legale dei coniugi non ha la facoltà di sostituire, di sua iniziativa, la somma di denaro stabilita dal giudice civile a titolo di contributo per il mantenimento della prole con cose o beni che, secondo una sua scelta arbitraria, meglio corrispondano alle esigenze del minore beneficiario, quali computer o capi di abbigliamento.

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• sabato, aprile 26th, 2014

La Sezione prima penale della Suprema Corte, facendo proprie alcune doglianze della difesa, ha messo (finalmente) in dubbio il costante e condolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale in tema di giudizio immediato, come è noto, il termine di novanta giorni stabilito dall'art. 454 c.p.p., comma 1 per la richiesta di giudizio immediato ordinario ha carattere tassativo per quanto attiene al compimento delle indagini (da espletarsi, appunto, inderogabilmente entro novanta giorni dalla iscrizione dell'imputato nel registro delle notizie di reato), mentre ha natura ordinatoria quanto alla materiale presentazione della richiesta (tra le tante Cass., Sez. 1, 26/10/2010, n. 45079; Cass. pen., Sez. 1, 27/05/2004, n. 26305; Dentici; Cass., Sez. 1, 04/07/2003, n. 32722, Ferma; Cass., Sez. 3, 26.9.1995/12.1.1996, in proc. Pellegrino, già citata; Sez. 5, 21/31.1.1998, Cusani; Sez. 1, 10.4/16.6.2001).

Anche in relazione al giudizio immediato cautelare la giurisprudenza della Corte è, dal pari, consolidata nell'affermare che "il termine di centottanta giorni dall'esecuzione della misura cautelare … ha natura … ordinatoria con riferimento all'instaurazione del rito" (ex multis Cass. Pen., Sez. 1, 09/12/2009, n. 2321, Stilo).

La Sezione prima penale, invece, ha messo in rilievo tre punti fondamentali per i quali dubitare della corretta (presunta) interpretazione che fino ad oggi gli Ermelini hanno dato:

  • in primo luogo il dato letterale, che non consente alcuna differenzazione ermeneutica tra il tempo imposto per l'acquisizione della prova evidente, ovvero per il completamento delle indagini a carico dell'indagato, e quello fissato per la richiesta del rito speciale, ordinario ovvero cautelare, eppertanto in ordine alla natura di esso.
  • In secondo luogo il dato sistematico: appare contrario al principio della parità delle parti processuali consentire al P.M. di domandare a suo piacimento, nei tempi che vorrà, il rito che impedisce lo svolgimento dell'udienza preliminare posta a presidio di importanti prerogative difensive dell'imputato;
  • ancora sul piano sistematico: siffatta potestà surrettiziamente riconosciuta al P.M. appare in contrasto col principio costituzionale della ragionevole durata del processo e con la ratio del giudizio immediato, quale rito speciale e quale rito caratterizzato dalla rapidità del suo svolgimento, giustificativo, come detto, del sacrificio difensivo dell'udienza preliminare.

"Si pone pertanto un situazione di contrasto virtuale tra l'interpretazione che il collegio ritiene corretta nella disciplina in esame e cioè che il termine di (90 e) 180 giorni per la utile proposizione della domanda di giudizio immediato (rispettivamente ordinario ovvero cautelare), abbia natura – sempre – perentoria anche in riferimento alla materiale presentazione della richiesta del rito e l'interpretazione, viceversa consolidata in senso contrario, quanto alla perentorietà del termine a disposizione del rappresentante della pubblica accusa esclusivamente per il completamento delle indagini, conflitto che comporta la rimessione della questione alle SS.UU. della Corte."
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• domenica, marzo 23rd, 2014

Va ricordato che secondo la giurisprudenza (Sez. 4, Sentenza n. 34145 del 21/12/2011 (dep. 06/09/2012) Rv. 253746): "In tema di guida in stato di ebbrezza, il prelievo ematico compiuto nell'ambito della esecuzione di ordinari protocolli di pronto soccorso al di fuori della emersione di figure di reato e di attività propedeutiche al loro accertamento non rientra nel novero degli atti di cui all'art. 356 c.p.p., sicchè non sussiste alcun obbligo di avviso, ex art. 114 disp. att. c.p.p., all'indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia".
E più di recente è stato ribadito che: "I risultati del prelievo ematico effettuato per le terapie di pronto soccorso successive ad incidente stradale e non preordinato a fini di prova della responsabilità' penale sono utilizzabili per l'accertamento del reato di guida in stato di ebbrezza, senza che rilevi la mancanza di consenso dell'interessato. (In applicazione di tale principio la S.C. ha affermato che, per il suo carattere invasivo, il conducente può opporre un rifiuto al prelievo ematico richiesto dalla polizia giudiziaria e finalizzato esclusivamente all'accertamento della presenza di alcol nel sangue, rilevando in tal caso il suo dissenso espresso)" (Cass. pen. 6755/13, sez 4^, ud 6.11.2012 ric. G.).
Il giudice di merito avrebbe dovuto pertanto accertare se il prelievo ematico rifiutato fosse stato disposto dai medici a fini di diagnosi e cura o, come allega parte ricorrente – affetta a suo dire da trauma cervicale e lombare, – fosse stato esclusivamente chiesto dagli agenti a fini di indagine penale.
In tale secondo caso avrebbe dovuto verificare se le fosse già stato ogni avviso relativo alle facoltà difensive (in tema v. ancora approfonditamente Cass. pen. 6755/13). Sarà questo il compito del giudice di rinvio
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• lunedì, marzo 03rd, 2014

Il volontario abbandono del domicilio coniugale è causa di per sé sufficiente di addebito della separazione, in quanto porta all'impossibilità della convivenza, salvo che si provi – e l'onere incombe su chi ha posto in essere l'abbandono – che esso è stato determinato dal comportamento dell'altro coniuge ovvero quando il suddetto abbandono sia intervenuto nel momento in cui l'intollerabilità della prosecuzione della convivenza si sia già verificata ed in conseguenza di tale fatto.
E in tal senso aveva deciso la La Corte di appello di L'Aquila respingendo l'impugnazione della moglie, in quanto, pur ammettendo i fatti ascritti dalla controparte, era stato chiarito che in realtà il mènage familiare si era già dissolto da tempo, e il marito era andato via di casa perchè la situazione familiare non era più sopportabile e che dalla nascita del figlio non vi erano stati più rapporti sessuali fra i coniugi.

La Suprema Corte confermava la decisione della Corte distrettuale.

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• lunedì, febbraio 24th, 2014

Ed è stato altresì deciso che, in tema di misure cautelari personali, il mantenimento della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti dell'indagato padre di prole infratreenne, sussistendo l'impossibilità della madre di prestare assistenza al minore per impedimento dovuto alle proprie condizioni di salute, non può essere giustificato avendo riguardo alla presenza di altri familiari o di strutture assistenziali, in quanto ad essi il legislatore non riconosce alcuna funzione sostitutiva, considerato che la formazione del bambino può essere gravemente pregiudicata dall'assenza di una figura genitoriale, la cui infungibilità deve, pertanto, fin dove è possibile, essere assicurata, trovando fondamento nella garanzia che l'art. 31 Cost. accorda all'infanzia (Cass., Sez. 5, 9 novembre 2007, n. 41626, rv. 238209).

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• mercoledì, febbraio 19th, 2014

Ebbene, ai fini della confisca facoltativa delle "cose che servirono o furono destinate a commettere il reato" (art. 240 c.p., comma 1), in particolare del veicolo utilizzato per commettere il reato (qui, quello di cui all'art. 116 C.d.S.) non è sufficiente il semplice impiego del veicolo stesso, ma è necessaria l'esistenza di una "strumentante in concreto" tra il bene ed il reato (quale in ipotesi deducibile, nello specifico, dalle reiterate violazioni della fattispecie incriminatice), derivandone la applicabilità della confisca solo qualora si accerti un rapporto di "asservimento" tra la cosa ed il reato, nel senso che la prima deve essere oggettivamente collegata al secondo da uno "stretto nesso strumentale" che riveli effettivamente la possibilità futura del ripetersi di un'attività punibile, non essendo invece sufficiente un rapporto di mera occasionalità.

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• giovedì, febbraio 06th, 2014

In conclusione, deve ritenersi del tutto inattuale quella giurisprudenza, alla quale si è ispirata la stessa sentenza impugnata, che, come si è visto, nega ogni rilievo all'astensione dei difensori manifestata nei giudizi d'appello relativi a procedimenti definiti in primo grado con rito abbreviato – ma lo stesso vale per tutti i procedimenti a partecipazione eventuale aventi le medesime caratteristiche, come ad esempio i giudizi di opposizione avverso le richieste di archiviazione (artt. 409 e 410 c.p.p.) – giustificando la prosecuzione del procedimento in assenza del difensore sul duplice presupposto che si tratta di partecipazione non necessaria e che non è contemplata una causa di legittimo impedimento. In questo modo, il diritto di astensione subisce un pesante condizionamento trovandosi il difensore a scegliere di rinunciare al proprio diritto costituzionale di libertà per non lasciare privo di difesa tecnica il proprio assistito.
Il corretto esercizio del diritto di libertà di astensione ha come effetto il differimento delle attività giudiziarie fissate in coincidenza con il periodo della "protesta", ad eccezione delle attività espressamente escluse dalla legge e dal codice di autoregolamentazione ovvero di quelle indicate dalla Commissione di garanzia in funzione di salvaguardia delle esigenze di contemperamento dei diritti in gioco

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